
Sakurako, la gheisha triste
Testo: Antonio Gesualdi
Foto: Scuola Bonsai del Mediterrano
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Ume… Essenza Wabi!
In questo articolo Gesualdi si troverà alle prese con un anonimo materiale di Prunus mume proveniente dalla Cina, destinato a diventare albero da giardino, reinterpretato e valorizzato in chiave wabi creando un pregevole bonsai,
Comunemente chiamato Prunus mume, in Giappone assume il nome di Ume, il quale indica genericamente una pianta che si può considerare una forma intermedia tra un pruno ed un albicocco.
È un piccolo albero alto da 4 a 6 m con corteccia di colore grigio verdastro. Le foglie sono decidue, alterne, a lembo ovale acuminato con bordi finemente dentellati, lunghe da 5 a 8 cm. Le foglie compaiono poco dopo la caduta dei petali dei fiori. Il fiore è formato da 5 petali, numerosi stami ed ha diametro che varia da 1 a 3 cm. I fiori sono solitamente bianchi, anche se le piante da coltivazione orticola possono avere fiori rosa o rosso intenso; la fioritura precede la foliazione. Esistono delle varietà ornamentali a fiore doppio. I frutti sono delle drupe sferiche di circa 3 cm di diametro, con un solco dal picciolo alla punta, in qualche misura analoghe a quelle dell'albicocco. La buccia del frutto è verde quando il frutto è acerbo, passa al giallo a maturità a volte con delle sfumature rosse. La polpa a maturità è gialla (vedi foto a).
I Frutti non sono eduli così talquale, ma vengono lavorati in una sorta di salamoia, per fare un tipico prodotto della cucina Nipponica chiamata Umeboshi usato come condimento dal sapore salato-acido (fotob).
Pertanto questo stupendo ed evocativo albero, con il passare dei secoli è divenuto uno dei simboli del Giappone, in particolare il fiore, che viene ritratto in maniera stilizzata in diversi stemmi araldici, e nella iconografia popolare (vedi foto c). Come non ricordare l’usanza tutta Nipponica di ritirare in casa bonsai di questa essenza, verso fine dicembre, nell’attesa della fioritura, che se avviene prima del fine anno, è simbolo di abbondanza e prosperità, in particolare per gli studenti.
Questa meravigliosa essenza, mi ha sempre affascinato forse anche per il fatto di essere molto simile al nostro albicocco, forse anche per il fatto che per anni ho studiato alle falde del Vesuvio, ove esiste la maggior varietà di albicocchi esistente e dove è coltivato dapertutto.
Per anni ho cercato un materiale degno di entrare nella mia collezione, quando presso un vivaio specializzato in bonsai alle porte di Roma, dove abitualmente tengo dei corsi, mi imbatto nella pianta che vi vado a presentare. Era da anni accantonata in un angolo presso l’ingresso del vivaio, che per altro ne possiede molte già in contenitore bonsai, ma purtroppo sinceramente nessuna di esse mi intrigava, da farla mia. Decido di prendere questo albero di ume destinato a essere impiantato in qualche giardino, non prima però di chiedere qualche informazione riguardo la provenienza della stessa al venditore, il quale mi racconta che è una pianta proveniente da un impianto frutticolo nel sud-est della Cina, e che al momento dell’espianto egli le recuperò per crearne materiale da avviare alla coltivazione bonsai.
Portando l’albero a casa, scelsi un contenitore adatto, che si abbinasse molto bene all’idea che avevo in mente per questo particolarissimo materiale.
Sono sincero! A una prima analisi, non diedi molto peso a cosa potessi creare con quest’ume, diciamo che lo presi più che altro per avere questa essenza in collezione ma giunto in laboratorio, e cominciando a pulire le vene che originariamente erano tutte collegate da porzioni di corteccia che nascondevano la reale bellezza della pianta, mi resi conto che le vene erano già tubbolarizzate e che sotto la corteccia ormai morta tra un fascio vascolare e un altro c’era del legno già suberizzato che necessitava un restauro e un consolidamento.
Con l’aiuto del mio assistente Tonino, mettemmo il prunus in contenitore bonsai, giacché anche il periodo era favorevole trovandoci in metà dicembre, dando alla pianta un’angolazione opportuna creando pertanto un prunus in stile fukinagasci, con ampie porzioni di legno secco e vene.
L’operazione di invasatura, non comportò grosse problematiche anche perche mi trovavo a lavorare con una pianta ultra stabilizzata, infatti, nella mastella si era formato un compatto e maturo pane radicale, pertanto potei tagliare il tutto con una lama, e sagomarla al futuro vaso.
I prunus come tutte le rosacee, non danno mai grossi problemi in fatto di rinvaso, ma bisogna attuare l’operazione in pieno inverno quando la pianta è in dormienza, potremo dire in “anestesia totale” frase molto eloquente usato dai vivaisti.
In quest’articolo che potrebbe sembrare una semplice cronistoria di un rinvaso, vorrei mostrarvi qualcosa d’innovativo, che ho scoperto per caso e sperimentato su varie essenze, concernente quello che è la tecnica di riconsolidamento del legno spugnoso, che a volte e come in questo caso possiamo trovare su certi soggetti.
Molto spesso si legge e si sente parlare di sostanze utilizzate per consolidare parti molli di legni, una delle sostanze più utilizzate è il paraloid, che è una sostanza di sintesi chimica derivante dal petrolio, utilizzata anche da me, rendendomi conto subito che presenta diversi handicap di tipo tecnico…mi spiego.
Il paraloid essendo una molecola di sintesi molto volatile e facilmente veicolabile nel legno molle ben asciutto, ove ha un forte potere consolidante con effetto plastico, insomma le molecole in esso contenute consolidando plastificano il legno, rendendo la superficie esterna plasticosa e idrorepellente, di conseguenza il liquido jin non riesce a impregnare il legno, che risulta per anni plastificato e impermeabile.
Paradossalmente l’impermeabilizzazione può essere un motivo di ancor maggior aumento di fenomeni di marcescenza, nelle parti ove non arriva a impregnare la resina, a causa della mancata traspirazione del legno.
In antichità, vi erano diversi prodotti utilizzati per risanare porte e infissi in legno, uno dei più importanti è l’olio di lino cotto. L’olio di lino grazie alla sua alta percentuale di acido linoleico è classificato come un olio siccativo, in particolare credo sia uno degli oli siccativi più forti in natura, esso è estratto dai semi del lino appunto e subisce un trattamento termico per aumentarne il potere impregnante e siccativo, non a caso la sua versione raffinata è utilizzata da centinaia di anni come veicolante dei colori ad olio nelle belle arti, pertanto è proprio la presenza di questo olio che permette ai pigmenti di solidificare in un tempo relativamente breve mantenendoli stabili nel tempo.
Prima dell’avvento degli impregnati e vernici polimeriche, tutti i manufatti lignei che dovevano stare esposti alle intemperie venivano trattati con questo olio a più e più mani, il quale lascia una patina esterna porosa in grado di assorbire qualsiasi altra vernice coprente.
Mi sono chiesto perché non utilizzare le proprietà del olio di lino anche nel bonsai?
Ho sperimentato a lungo questa tecnica su parti di legni che richiedevano un consolidamento, di diverse essenze sempre con ottimi risultati, ed è il caso anche del prunus presentato in queste pagine.
Come prima operazione pulii le parti di legno più polverose e cadenti, poi asciugai il legno con un microbruciatore, per poi stendere più mani di olio di lino cotto, facendo bene attenzione che ogni parte fosse ben impregnata, una volta lasciato asciugare per qualche minuto, passai nuovamente il bruciatore “friggendo” letteralmente il legno, che già dopo pochi minuti risultò solido.
Al termine della operazione dopo una leggera spazzolata passai tranquillamente il liquido jin in purezza nella maniera classica, cioè bagnando prima il pezzo, ottenendo un risultato deltutto identico cromaticamente e come aspetto alle parti non trattate con olio.
Il processo di consolidamento del legno utilizzando olio di lino è molto più lento, infatti occorrono na diecina di giorni affinchè l’olio impregni totalmente il legno e asciughi perfettamente, ma il risultato è enormemente più duraturo e naturale.
Tornando alle questione più strettamente bonsaistiche; visto che mi trovavo ad operare in n periodo favorevole anche alla modellatura dei rami, diedi anche una prima impostazione a questo affascinante materiale.
Ecco quindi che da un anonimo e accantonato tronco di prunus mume, è nato un nuovo ed importante bonsai, dal quale scaturisce tutta l’anima wabi tipica di questa essenza.
Non rimane che alleggerire ancora dei punti sul secco, e applicare un corretto mocikomi al fine di fare infittire ed impreziosire ulteriormente questo splendido ume.
1- 1a -1b -1c: Il prunus quando ancora era in vivaio un anno prima dell’ acquisto dicembre 2009
2: Il prunus in laboratorio dicembre 2010
3: come si presentava il fronte scelto
4:con l’aiuto di Tonino, si posiziona l’albero correttamente in vaso con la nuova inclinazione
5:per stabilizzare il rinvaso, si picchetta l’albero con dei legni, in basso è visibile tutta la zona lignea da risanare
6:lato destro, si intravedono le altre 3 vene che unendosi in apice alimentano la ramificazione
7:si inizia il risanamento del legno asciugando il pezzo
8:si passano più mani di olio di lino cotto, facendo attenzione ad impregnare ogni parte
8bis:ecco l’olio utilizzato
9:si passa la fiamma per “friggere il legno”
10:si rifinisce con una spazzola in PVC per asportare delicatamente parti di legno bruciato
11:dopo aver nebulizzato acqua si spennella il polisolfuro di calcio
12:risultato finale della parte risanata
13:a lavorazione ultimata, fukinagasci di Prunus mume, “La Geisha Triste Sakurako”
14:dopo circa 20 giorni(30dicembre 2010) la prima timida fioritura di Sakurako, segno di buon auspicio per l’anno a venire
15: Aprile 2011 “guardando le canne la geisha triste danza leggiadra”